Giovedì, Agosto 31, 2006 10:52 AM

Mentre ero a passeggio per Nuoro, la mia città, vedo un cartello che parla di una kermesse cinematografica cittadina. Essendo in auto la vedo di sfuggita e memorizzo di riguardare poi. Cosa che puntualmente vuole, sarà stato il fato, al semaforo successivo, rosso, dove sul muro c'era lo stesso manifesto. L'annuncio era a riguardo di un festival del cinema indipendente sardo, diviso per argomenti, che sarebbe stato ospitato a Nuoro (o che già era passato).
I due pensieri, in sequenza, che mi hanno colpito sono stati: "Ah bello. Come il Sundance di Robert Redford." e, subito dopo, "Ma indipendente da che?".
Si definisce un film indipendente, una pellicola che non è stata prodotta da grandi case produttrici hollywoodiane (i primi film di Steven Soderbergh, per esempio, molte delle pellicole di Malik). Come tali sono liberi da vincoli dovuti alla commerciabilità, all'incasso, al piacere a tutti i costi perché ci si deve fare sopra i soldi. Robert Redford ha creato un festival, dedicato a questo genere di cinema, il Sundance Festival, per l'appunto (lasciamo stare che ora ci sono polemiche su quanto veramente indipendenti siano le pellicole che ci partecipano).
Parlare di cinema indipendente sardo non è una banalità oltremodo sconcertante? Quand'è, di preciso, che il cinema sardo è diventato abbastanza nazionale da potersi considerare di massa? Qual'è stato l'ultimo film sardo che ha preso non dico una nomination agli Oscar, ma anche solo al David di Donatello? Per essere ancora più netti, quanti sono i film sardi che sono veramente usciti dall'isola e si sono fatti conoscere al di fuori di festival e manifestazioni minori?
In Sardegna è radicata la difesa della propria cultura e tradizione. La pastorizia, la limba sarda, gli spuntini, il ballo tradizionale, la sfilata di costumi e chi più ne ha, più ne metta. Giustissimo e tanto di cappello per questo. Perdere il termine pattada (il coltello tradizionale) per chiamarlo coltello sarebbe imperdonabile, ma quando anche la produzione cinematografica non si sposta da questa strenua difesa allora sorge il problema. Per essere prodotto, in Sardegna, per avere soldi dai fondi regionali devi parlare di rapimenti e di pastori. A volte sorgono anche delle difficoltà se non giri il film in lingua sarda (Mel Gibson fatti più in là...) perché trovi l'indipendentista che non accetta la mancanza di questo elemento in una pellicola che, a quel punto, rischia non solo di non uscire dalla Sardegna, ma di non venire capita neanche da zona a zona, tanti e tali sono i dialetti sardi. Non è questione di non poter girare C'era una volta in Sardegna alla maniera di Scorsese o nella visione di Rodriguez, ma anche solo l'impossibilità di poter girare un Notte prima degli esami ambientato a Nuoro, perché, tutto sommato, fa troppo generalista e non si vedono le pecore sullo sfondo. Finché non si uscirà dall'ottica che il cinema sardo deve parlare soltanto della Sardegna tradizionale e dei suoi aspetti più (s)conosciuti, ha senso vantarsi di fare del cinema indipendente? Indipendente da cosa?
A scanso di equivoci: ho trovato Ballo a tre passi un film molto bello e sono felice che sia stato prodotto, ma temo che la mia terra stia andando incontro a un difetto tipicamente italiano, in maniera ancora più provinciale: se qualcuno accusa (ingiustamente) il cinema italiano di parlare solo di corna e tragedie, non posso fare a meno di pensare che Disamistade sia la massima rappresentazione di quello che ci riesce e ci è permesso dall'alto di tirare fuori. Accoltellamenti, pastorizia, rapimenti, spuntini e poco altro. Se poi Jerry Calà produce Vita Smeralda, io non sono neanche capace di dirgli granché.

 

Mercoledì, Agosto 30, 2006

9:09 AM

Pisa, 6 Agosto
Tornare a Pisa una domenica d'Agosto è un'esperienza onirica. Pisa è una città fantasma, non c'è nessuno per strada, c'è silenzio come non c'è mai stato. Poche macchine, un filo di vento e il sole. Parcheggi alla stazione dei treni, unico posto dove con un pò di fortuna puoi trovare posto, poi scendi e ti metti in cammino. La città fantasma rende la tua passeggiata simile a quella dei film horror, dove il paesaggio circostante cambia lentamente, diventando più vecchio o più giovane, ma sempre e comunque diverso da quello che è.
Vedi negozi che ormai hanno chiuso; ti ricordi di quando Fumettando era due fondi più in là, con il bancone accanto all'ingresso. Senti la mancanza del vecchio gruppo del negozio dei giochi di ruolo, anche se l'ultima volta che li hai visti ti sei accorto con tristezza che parlavano ancore delle stesse cose di quando li hai conosciuti. Il cinema Astra ha lasciato il posto a un negozio di vestiti, mentre l'Ariston è ancoralì, immutato, appartenente a un tempo in cui Cecchi Gori faceva soldi con i film di Pieraccioni e Verdone. Ha chiuso anche la Fo'accina, dove ordinavi le focacce ripiene decidendo tu con cosa (in verità era un cibo pessimo, ma quando si faceva pausa pranzo, a Giurisprudenza, era tappa obbligatoria se si voleva pranzare con i compagni di corso). Le tue gambe ti portano in giro e le abitudini non ancora sopite ti fanno percorrere quel cammino fisso che hai fatto per anni; quando eri a piedi o in bici, sotto il sole che spaccava, se pioveva o se faceva così freddo che poco ci mancava e le tue dita si saldavano intorno al manubrio e ai freni. Piazza Vittorio Emanuele, Corso Italia, Piazza Chiara Gambacorti, Ponte di Mezzo, Piazza Garibaldi, Borgo Stretto, Piazza Cavalieri, Via Santa Maria, Piazza dei Miracoli.
E sono tutti lì. Una massa umana paurosa. Così tanta gente da restare stordito, davanti a quella folla. Sembra quasi che si siano tutti nascosti lì, per non farsi beccare da te. La città fantasma lascia spazio a una bolgia dantesca. Dall'oblio al purgatorio in dieci secondi netti. Alla ricerca di uno spazio libero mi sono allontanato finendo a sedere nello stesso locale dove ho festeggiato la laurea, dove l'aria condizionata era praticamente assente e dove, seduto a un tavolo, ero solo. Una cameriera mi è passata davanti ripetutamente, ma mai mi ha guardato e chiesto cosa volessi ordinare. Ed è stato allora che ho capito: non era la città a essere fantasma, ma ero io che la infestavo con i ricordi, disturbandone il sonno estivo.
Non faccio più parte di Pisa, ma ero anche io un turista, ormai. Pisa condurrà adesso la sua vita e non ne farò più parte. Indipendentemente da quanto possa volerlo, i negozi apriranno e chiuderanno e non ne soffrirò più. Chi vincerà il tradizionale Gioco del Ponte, che sia Mezzogiorno o Tramontana, non importa perché tu non fai più parte delle contrade. L'unica cosa da fare, una volta compreso tutto questo, è ricominciare nel migliore dei modi, imparando dalla tua vita passata, costruendoti nuovi equilibri nella nuova città, seguendo vecchie passioni e cercando di forgiarle in qualcosa di inedito. Il resto, come si suol dire, verrà da sé...

 

8:00 AM

Regole: "Il primo giocatore inizia il suo messaggio con il titolo “Cinque tue strane abitudini”, e le persone che vengono invitate a scrivere un messaggio sul loro blog a proposito delle loro strane abitudini devono anche indicare chiaramente questo regolamento. Alla fine dovrete scegliere 5 nuove persone da indicare e linkare il loro blog. Non dimenticate di lasciare un commento nel loro blog che li avverte di essere stati scelti." Come promesso a Mag, che me l'ha passato, ora vedo di svelare le mie.
1) Come ho già avuto modo di scrivere qui sopra: ho l'abitudine di fregare le penne biro quando mi vengono prestate. Le uso e poi, facendo finta di nulla, me le infilo nella tasca interna della giacca. Hop. Semplice. Normalmente lo faccio solo per le penne particolari, quelle con un bel tratto, ma in periodi di magra (leggi, se ne ho davvero bisogno) frego qualsiasi penna Bic mi passi sotto. Quindi, se vi chiedo di prestarmi un secondo la penna, poi assicuratevi che ve la restituisca.
2) Ho preso l'abitudine di rigirare CD e DVD in maniera che la serigrafia sia dritta e si legga regolarmente appena si apre la custodia. Lo so è da malati, ma non ci posso fare nulla. Di buono c'è che non me li vado a cercare, non mi metto a frugare in pile di CD e DVD per trovare quello storto (o la nuova torre di CD che torreggia qui accanto sarebbe la mia fine), ma se me lo trovo davanti è la fine. I peggiori sono quelli con la serigrafia che corrisponde all'immagine stampata sullo sfondo della confezione: minuti interi per essere sicuri che i contorni delle immagini corrispondano. Lo so, sono malato.
3) Mi rado sempre nello stesso modo. Parto dal lato sinistro della faccia, guancia, collo, poi parte destra, guancia collo, poi gola sotto il pizzo. Mai cambiato ordine. Non so perché.
4) Quando sto molto tempo da qualche parte, specie le prime volte, tendo a parlare con la cadenza della persona con cui sto in quel momento. Il che significa che non ho accento, che pochissimi capiscono che sono sardo e che troppi sostengono che ho un accento torinese, quando non ho mai visto Torino in vita mia.
5) Mi sono mangiato le unghie per una vita. Solo che non essendo abituato a tagliarle ora mi crescono fino a che non me ne ricordo. O finché non si spezzano. O finché non me le stacco a morsi.
E come da regola passo la lista ad altri cinque blog: Eowyn, Rabè, Tie Commander, Lupigi e Sally Brown.

 

Lunedì, Agosto 28, 2006 9:48 PM

Dopo un mese e mezzo la Telecom mi ha finalmente attivato la linea internet. Non che il fatto che le ultime tre-quattro telefonate contenessero delle minacce da parte mia abbia influenzato le cose, ovviamente...
In breve, che nei prossimi giorni mi do allo sproloquio serio:
1) Vivo nella nuova casa, con la mia Dolce Metà. Il trasloco non è ancora completo del tutto, ma insomma...c'è un letto, un bagno e un lettore DVD. Tanto basta, per ora.
2) Ho passato gli ultimi due mesi a dipingere due appartamenti, a spostare scatole e a comprare e montare mobili. Diciamo che ne ho abbastanza le scatole piene...e mi tocca risvuotarle. Dopo aver comprato i mobili. E averli smontati. E avere dipinto l'appartamento.
Argh.
3) Sto in una città di pazzi, ma lo dico piano o la mia Dolce Metà (che torreggia qui accanto con le mani sui fianchi in ricordo di un tipo pelato e bolso) mi uccide.
4) Sto cercando lavoro. O per iniziare la SSIS. La seconda opzione, ogni volta che la espongo, causa in chi mi ascolta occhi sgranati, espressione confusa e un "Eh?" di ignoranza.
5) Sono felice di riavere il blog.
6) Spero che stiate tutti bene, grazie a chi è stato così gentile da chiedermi qui e via mail che fine avessi fatto.
7) Diarrea imperatura a chi non l'ha fatto.
8) Leggi sotto.
9) Leggi sopra.
10) Dieci minuti dopo che la Telecom mi ha chiamato in ginocchio per informarmi dell'attivazione della linea stavo già scaricando due serie televisive, un album di Bach e l'ultimo Pay-Per-View del Wrestling. Sono un tossico.
11) Per oggi basta così. A domani, diletto pubblico, dopo la nuova puntata di "Dipingi, monta, trasloca".

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